Dal cuore pulsante dell’Etiopia si stende il fiume Omo lungo 760 km, tra montagne e foreste, aride savane e laghi incastonati nell’enorme spaccatura della Rift Valley, un dio generoso ha voluto far nascere e crescere, uno accanto all’altro, una trentina di popoli. Luogo in cui centinaia di individui sono sopravvissuti grazie alle tradizioni tramandate con un’economia di sussistenza pari all’epoca della Preistoria, lontano e fuori dalle vicende del mondo, mantenendo cristallizzate fino a oggi tradizioni e stili di vita ancestrali. Dando origine a un incredibile e gigantesco museo etnografico vivente, unico sul pianeta, rimasto intatto per millenni grazie al totale isolamento di queste terre remote.

Oltre questi aspetti paleontologici, la Valle dell’Omo è famosa soprattutto per le tribù agricole e pastorizie semi-nomadi che ci abitano: gli Hamer, i Mursi, i Turkana, i Karo, i Surma, i Bume, i Galeba, i Dassanetch, i Berberi, i Bodi, i Nyangatom, ecc. Queste popolazioni portano avanti tradizioni ancestrali in una regione semi-arida in cui le condizioni di vita sono difficili. Le modificazioni corporee (così come il body painting, i sacrifici e i copricapi vegetali) sono pratiche ricorrenti in queste tribù e sono diventate l’oggetto del lavoro di diversi fotografi.

I Suoi otto parchi nazionali nati per proteggere savane e foreste di acacie, riconosciuti anche dall’Unesco per la loro importanza antropologica. Nessuno cerca leoni, elefanti, bufali, leopardi, giraffe, zebre. Gli animali selvaggi esistono, sostengono i ranger, ma sono pochi e difficili da avvistare. Né si viene per godere i lussi di campi tendati etnochic, tanto diffusi in Africa Australe. Fin a qualche anno fa si poteva garantire di visitare questi posti per ammirare, finché sarà possibile, un’umanità diversa e unica, che fa riflettere sull’evoluzione della specie umana.

 

 

Questa terra oggi è a rischio di estinzione:

Con promesse di un aiuto per sostenere queste popolazioni nel 1999 era stato costruito la diga Gibe I nel fiume Omo, che portò l’evacuazione di 10mila persone e i successivi Gibe II e Gibe III, abbiamo scoperto come in poco tempo si possa distruggere un piccolo ecosistema. In seguito Vi riportiamo una notizia del recentemente 28/01/2017):

“Land grabbing, espropriazioni forzate, popoli originari allontanati dalle loro terre e costretti dentro riserve ghetto (fenomeno detto di “villaggizzazione”), economie tradizionali disperse, ecosistemi devastati, culture locali estinte; il tutto condotto con la forza da regimi ed eserciti repressivi, violenti e irrispettosi dei diritti umani, con la complicità di multinazionali, mass media e governi occidentali, tra cui il nostro, sempre a caccia di “buoni” amici per far girare il “sistema Italia”. È quello che succede quotidianamente ai popoli indigeni africani, vittime dei processi di globalizzazione e di crescita forzata, colpevoli di abitare terre fertili sempre più preda di multinazionali minerarie, energetiche o dell’agribusiness.

La Valle del fiume Omo, 25mila chilometri quadrati di terra, «è caratterizzata da una molteplicità di ecosistemi, culture e lingue». È abitata da numerose comunità indigene (centinaia di migliaia di abitanti per 16 diversi gruppi etnici), che vivono intorno al corso d’acqua e che, data l’inospitalità del territorio, sono riuscite a conservare riti, usanze, metodi di coltivazione, di allevamento e pratiche economiche tradizionali, sostenibili a livello ambientale e rispettose dell’ecosistema che si è generato intorno al fiume. “

Fonte:Adista notizie

 
Etiopia e la Valle dell’oro

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